Nel Queensland con Valentina

I° parte: Hong Kong


L’ultimo anno aveva sostanzialmente modificato le nostre vite.

Inutile provare a descrivere le incredibili sensazioni provate quando diventammo genitori, poiché credo che non riuscirei mai a farlo.La nascita di Valentina ci fece toccare il cielo con un dito, la gioia fu infinita, mentre le congratulazioni da parte di tutti i nostri amici e parenti ci fecero sentire diversi dal solito. Abituati da anni alla spensieratezza, improvvisamente, quasi senza rendercene conto, percepimmo che il futuro era diventato denso di responsabilità per noi, ma tutto ciò ci piaceva enormemente, ci rallegravamo di quei momenti, ed eravamo fieri, tremendamente fieri del nostro piccolo fiorellino, anche se confesso che frasi del tipo “ora, finalmente metterete la testa a posto…”, oppure “avete finito di gironzolare per il mondo…”, un poco mi turbavano.  Non volevo però pensarci, intendevo godermi pienamente quella felicità che la vita mi stava donando, in fondo il destino ci aveva abbondantemente sorriso, a trentaquattro anni da compiere avevamo avuto l’enorme fortuna di viaggiare abbastanza, e pensavo che sarebbe stato doveroso accontentarsi, concedersi una pausa, e dedicare le nostre risorse solo al nostro piccolo angelo, pensando esclusivamente al suo benessere. Ho sempre avuto un rapporto brusco con l’inverno, soffro particolarmente il freddo, per cui soventemente i pensieri rincorrono l’estate, e la memoria gioca a nascondino con il caldo, le forti tinte, il sole splendente.Quell’inverno fu diverso però, non grigio, ma denso di colori, sorprese, allegria, scoperte. Tornammo come fanciulli, crescendo sostanzialmente assieme alla nostra piccola, meravigliandoci di ogni suo piccolo gesto, gioendo per un inaspettato sorriso regalato, preoccupandoci oltre il dovuto per un pianto prolungato. In quei momenti non chiedevo di meglio dalla vita, avvertivo un forte senso di appagamento. Conoscendomi, iniziavo quasi a meravigliarmi di quella tranquillità che stava lentamente impossessandosi di me, credevo di aver raggiunto quella stabilità da sempre inseguita e mai raggiunta. Ancora una volta mi sbagliavo, mi bastò sfogliare una rivista per far rinascere quasi inaspettatamente quel senso di irrequietudine che aveva contraddistinto almeno gli ultimi dieci anni della mia esistenza. Nonostante le immense gioie che da qualche mese a questa parte stavo vivendo, sapevo benissimo qual’era il mio male, un male non forse comune, ma certamente diffuso, quale il grande desiderio di rimettersi in viaggio. Avevo quasi timore a parlarne con Patrizia, sul cui viso materno splendeva da tempo una luce mai vista, ma poi, inevitabilmente, uscì quel discorso, e lei mostrò la sua solita fiducia, incoraggiandomi, poiché sapeva di rendermi felice. Analizzammo quindi alcune possibili mete dove intraprendere il futuro viaggio, facendo sostanzialmente il giro del mondo con il pensiero, finché la scelta non cadde sull’Australia, soprattutto per il grande desiderio di vedere la grande barriera corallina, un sogno che coltivavamo da tempo. Certo, il posto era veramente lontano, e forse avremmo dovuto scegliere diversamente, considerata la tenera età di Valentina, ma avevamo sempre detto che un figlio non avrebbe dovuto prevaricare la nostra passione legata ai viaggi, e così, tra mille dubbi ed incertezze mi recai in agenzia, dove prenotai i voli lasciando che, fino al “time limit” per l’emissione dei biglietti, fosse il destino a decidere sulla sorte di questo viaggio, poiché si sa, con una bimba di pochi mesi, tutto diventa incerto. Iniziai quindi la preparazione vera e propria del viaggio, un viaggio ovviamente diverso, e giorno dopo giorno mi si presentavano nuovi rebus da risolvere, anche perché ci trovavamo grosso modo al quarto mese di vita della nostra bimba, per cui mancavano ancora altri quattro mesi alla partenza, quattro mesi nei quali molte cose sarebbero cambiate, a partire dall’alimentazione stessa di Valentina. Già, l’alimentazione, figuriamoci quando venimmo a conoscenza del fatto che, per mantenere inalterato il prezioso ecosistema, nel Queensland (stato scelto dove concentrare il nostro viaggio australiano) vige l’assoluto divieto d’introduzione di alimenti freschi, mentre quelli inscatolati possono essere confiscati e sottoposti a quarantena. Avendo ricevuto notizie confuse e frammentarie dall’ambasciata, iniziai ad inviare le prime e-mail, riscontrando da subito l’efficienza del governo australiano, in particolar modo quando, a distanza di poche ore, mi giunse la risposta di una certa Jane Parlett, responsabile dell’Australian Quarantine and Inspection Service, la quale mi annunciava che, dichiarandoli, avremmo potuto tranquillamente introdurre latte in polvere ed omogeneizzati, come bagaglio della nostra Valentina. I mesi trascorsero rapidamente, e l’ondata di caldo coincise con il momento di acquistare di fatto i biglietti aerei. Confesso che, a differenza di Patrizia, il panico s’impossessò di me. La stanchezza accumulata in un anno difficile, e le innumerevoli ore di sonno perso, mi stavano giocando un brutto scherzo. Improvvisamente fui assalito da mille dubbi, e da altrettante perplessità. E’ forse giusto, per il puro desiderio di viaggiare, portare una bimba di otto mesi dall’altra parte del mondo? Perché recarle dei disagi? Mi sentii egoista, misi persino in discussione il mio ruolo di genitore, ero fisicamente stanco, le molte ore di volo spaventavano anche me, iniziavo quasi a desiderare di restare a casa, di non partire. Ad ogni modo, malgrado tutto, vinse la voglia di viaggiare, e così, il 12 Agosto 2001 eccoci nella sala d’imbarco del volo Cathay Pacific per Hong Kong, città dove ci tratterremo tre giorni per spezzare il lungo viaggio verso Cairns, sperando anche di abituare la nostra piccola al nuovo fuso orario. A mezzogiorno, come di consueto, tra decine d’orientali pronti a tornare in patria, e qualche italiano ansioso di partire per le sospirate ferie d’Agosto, Patrizia prepara il pranzo di Valentina, tirando fuori dallo zaino il termos contenente il brodo vegetale, nonché bavaglini, omogeneizzati, e giochini vari. Le guardo entrambe, chiedendomi ancora una volta se davvero era il caso di affrontare un viaggio così impegnativo. Ma fortunatamente il tempo lasciò poco spazio ad ulteriori riflessioni, poiché lo speaker annuncia l’imbarco, e subito le impiegate della Cathay ci fanno passare prima degli altri passeggeri, accompagnandoci di persona lungo il tunnel che conduce all’ingresso dell’aereo. L’accoglienza a bordo è calorosa, lascio il passeggino della piccola ad una hostess (appositamente etichettato come bagaglio a mano), mentre l’altra ci accompagna ai nostri posti. In breve l’aereo si riempie, le belle hostess della Cathay giocano a turno con Valentina, la quale viene munita di un’altra cintura, che Patrizia le lega attorno alla vita, fissandola quindi alla sua. Siamo quindi pronti, iniziamo le solite manovre, ed in breve decolliamo verso l’estremo oriente. Poco dopo ci portano la culletta, dove far riposare la piccolina. La stessa viene fissata proprio davanti ai nostri posti, ma è in realtà abbastanza piccola, per cui Valentina ci entra a malapena e non può certo girarsi all’interno della stessa. Io e Patrizia ci adoperiamo molto per cercare di farla dormire, poiché dodici ore non sono poche, e così, tra un canto ed un giochino, una ninna nanna, ed un sorriso di qualche hostess della Cathay, Valentina riesce ad addormentarsi per un po’ di tempo, almeno fino a quando, una turbolenza non ci costringe a prenderla dalla culletta, ed a tenerla tra le nostre braccia, anche se non è certo abituata a starci, e pertanto spesso si lamenta. Fortunatamente il tempo passa, anche se molto lentamente, per cui, dopo che la piccolina ha fatto merenda, ed ha abbondantemente giocato con i suoi pupazzetti, inizia a lamentarsi sempre più spesso, ed al fine di farla star buona, anche per non recare troppo disturbo agli altri passeggeri che stanno tutti dormendo e mi lanciano delle brutte occhiatacce, mi trovo costretto ad iniziare la pratica che mi accompagnerà per il resto del volo, ovvero quella di passeggiare continuamente lungo le file all’interno dell’aereo, il che la dice lunga sulla stanchezza che avrò accumulato quando atterreremo ad Hong Kong. Scambio qualche chiacchiera con i nostri connazionali, i quali sembrano recarsi tutti a Bali, mentre molti asiatici sono intenti a divorare “noodles” contenuti all’interno di enormi bicchieri di carta, del tutto simili a quelli che si usano nei fast food per la Coca Cola. In breve Valentina diventa l’attrattiva dell’economy, e si sa che i bambini piccoli, quando sono al centro dell’attenzione si sentono felici. La domanda che ricorre è sempre la stessa: “dove la porta questa bimba?” Così come si ripetono le “occhiate” sibilline quando rispondo “a Cairns, nel Queensland”, le quali sembrano significare pensieri del tipo “questo qui è un pazzo”. Ad ogni modo, seppur a mò di clessidra, le ore trascorrono e, malgrado un’immensa pazienza, ed una stanchezza infinita, veniamo premiati quando, dai finestrini iniziamo a vedere alcune delle 234 isole che, assieme alla principale, la penisola di Kowloon, ed i nuovi territori, formano di fatto Hong Kong. Abbiamo ancora nella mente le immagini dello spettacolare atterraggio effettuato dieci anni fa, quando l’aereo sembrava sfiorare i grattacieli, ma anche questo debbo dire che è degno di nota, poiché il nuovo aeroporto internazionale di Chek Lap Kok sorge sull'Isola di Lantau, e durante le fasi di atterraggio riusciamo chiaramente a scorgere numerose imbarcazioni che solcano il mare che lambisce le numerose isole. Malgrado la stanchezza, non vediamo l’ora di immergerci in questa città che tanto ci era piaciuta e lo faremo in compagnia della nostra Valentina, che, ad otto mesi da poco compiuti, aveva percorso in dodici ore le sue prime 5.761 miglia.

Preleviamo qualche dollaro di Hong Kong, dopodiché usciamo dal Chek Lap Kok, il quale è indubbiamente una gran bella struttura, moderna e funzionale. Nonostante siano appena le 7,30 del mattino, l’aria è già molto calda, ed il tasso di umidità elevatissimo, quasi da toglierci il respiro. Impieghiamo oltre quaranta minuti per raggiungere Kowloon dall’aeroporto, in quanto le strade sono molto trafficate e vi sono diversi cantieri aperti, situati anche proprio all’inizio di Tsim Sha Tsui, il quartiere dove alloggeremo, dirimpettaio di Central, centro dell’alta finanza, posizionato dall’altra parte della baia. Solite formalità alla reception effettuate con un’aria condizionata sparata a mille, e relativa nostra grande preoccupazione per la bimba, alla quale certo non giovano tutti questi notevoli sbalzi di temperatura. Prendiamo quindi possesso della camera, e per prima cosa decidiamo di preparare il latte a Valentina, cercando in questo modo di abituarla da subito al cambio di fuso orario, considerato che sono circa le 8,30, sebbene in Italia a quest’ora starebbe serenamente dormendo, essendoci sei ore in meno. Incontriamo la nostra prima seria difficoltà, poiché, nonostante la nostra multipresa, ampiamente collaudata in numerosi viaggi, non avevo considerato che il fornelletto elettrico e lo sterilizzatore dei biberon avessero delle prese con tre lamelle, ovviamente incompatibili con il mio adattatore. Contattata la reception, viene inviato in camera un elettricista, il quale cambia letteralmente le lamelle dei nostri apparecchi sostituendole con quelle che si usano ad Hong Kong. Tutto bene quindi, se non fosse per il fatto che in Australia ci sono altre prese, e che dobbiamo quindi reperire un nuovo adattatore al fine di arrangiare le prese di Hong Kong a…quelle australiane !

 

Nuova immersione polare per attraversare la hall dell’albergo, quindi ci tuffiamo nel traffico e soprattutto nella calura infernale della Nathan Road, la principale arteria di Tsim Sha Tsui. Nel tratto iniziale la strada è tutto un susseguirsi di negozi che vendono macchine fotografiche e videocamere, ma i prezzi non sono convenienti come quelli di una volta, e le “fregature” sono sempre dietro l’angolo, come avverte lo stesso ente di turismo locale. I numerosi autobus a due piani, rigorosamente rossi, in perfetto stile inglese, i molteplici negozi e centri commerciali, nonché le decine di insegne pubblicitarie in caratteri cinesi, rendono la strada perfettamente consona all’idea che un europeo possa avere di Hong Kong. Forse per il fatto che non sono abituati a vedere dei bimbi occidentali in tenera età, Valentina diventa in breve una vera e propria attrazione per gli abitanti di Hong Kong, i quali spesso si fermano sorridendole, e dicendole qualcosa d’incomprensibile. Sembra strano, ma, nonostante sia stata colonizzata a lungo dagli inglesi, la lingua più diffusa è ancora il cantonese, seguita dal mandarino. La folla è pazzesca, ed è formata prevalentemente da locali, nonostante il quartiere sia indubbiamente turistico. In alcuni tratti ci sono molti indiani che ci consegnano opuscoli pubblicizzanti sartorie a buon mercato, mentre altre persone, soprattutto giovani, sono letteralmente addobbate da cartelloni pubblicitari, ed invitano a recarsi in determinati ristoranti per il “dim sum”, una vera e propria istituzione qui ad Hong Kong.
Continuiamo il nostro giro, stando attenti a schivare con il passeggino l’acqua proveniente dai numerosi scoli dei climatizzatori presenti lungo la Nathan Road. Fa un caldo impressionante, ma non impedisce certo a questa folla d’intasare la strada. Passeggiando tranquillamente lungo una via occidentalizzata come la Nathan Road, emergono in breve alcune contraddizioni tipiche delle grandi metropoli asiatiche, poiché capita spesso ad esempio di vedere delle gigantesche insegne pubblicitarie a neon intervallate da alcuni immensi ponteggi fatti con delle semplici canne di bambù. E’ ora di pranzo, per cui seguiamo il flusso migratorio degli impiegati che si riversano in massa sulla strada. Basta addentrarsi in qualche stradina limitrofa, ed ecco che i fast food lasciano il posto a qualcosa di sicuramente più caratteristico, che poi è quello che in realtà cerchiamo, ovvero gli innumerevoli “noodle shops”. Questi spogli negozi sono specializzati in noodles, e servono praticamente solo questi. Sembra ce ne siano a migliaia in tutta Hong Kong, e rappresentano ancora oggi una delle poche possibilità per risparmiare in una città carissima come questa, sempre ovviamente che non si voglia optare per le catene internazionali di fast food tipo il “McDonald’s”. Ne passiamo in rassegna diversi, ed alla fine decidiamo per uno che almeno apparentemente presenta un aspetto igienico più rassicurante, e che tra l’altro ha un cartello scritto anche in inglese, cosa non certo diffusa. Il locale contiene a malapena una decina di tavoli, separati da una piccola parete di plastica dalla cucina, la quale è ben in mostra sulla strada. Il tutto è gestito da due anziane e cordiali signore. Ordiniamo una classica “chicken soup”, e ne approfittiamo per far pranzare anche Valentina, ampiamente distratta dagli altri chiassosi avventori che continuano a giocare con lei. Nonostante il menu sia scritto in inglese, le proprietarie non parlano una sola parola di tale lingua, e lo stesso dicasi per gli altri ospiti, per cui le nostre comunicazioni avvengono unicamente a gesti e sorrisi, ma in fondo noi italiani siamo forti in questo. La zuppa di pollo con tagliolini si dimostra ottima, malgrado sono e sarò sempre impacciato ad usare le bacchette, a differenza di Patrizia, che ha acquisito nel tempo una grande dimestichezza. Usciamo nuovamente in strada, riprendendo a passeggiare sulla lunghissima Nathan Road, che iniziamo a percorrere nel senso inverso, andando quindi verso la baia. Valentina nel frattempo si è addormentata e questo ci conforta, in quanto pensiamo che stia ben adattandosi al nuovo orario ed al cambio di clima. Il lato opposto della Nathan Road è ora in penombra, nonostante sia ancora giorno, e le insegne pubblicitarie iniziano ad illuminarsi. 
Arriviamo sino alla fine della strada, dove la stessa incrocia con la Salisbury Road che attraversiamo davanti al Peninsula Hotel, tra i più lussuosi e cari della città.Ci colpiscono molto i semafori acustici, i quali emettono dei particolari suoni a seconda dei segnali. Passando accanto all’Hong Kong Space Museum, una particolare costruzione di ben 8.000 metri quadrati, arriviamo sulla passeggiata che delinea il lungomare, rimanendo ancora una volta ammaliati dallo spettacolo offerto dagli innumerevoli ed immensi grattacieli di Central, dall’altra parte della baia, tra cui spiccano le particolari costruzioni della Bank of China e del Cheung Kong Center, progettato dallo stesso architetto delle “Petronas Tower” di Kuala Lumpur.
Fiancheggiamo l’Hong Kong Cultural Centre raggiungendo quindi lo Star Ferry, il celebre traghetto che attraversa la baia, dove, dopo qualche difficoltà dovuta al fatto di dover far salire Valentina e relativo passeggino lungo una bella scalinata, ci imbarchiamo sul ponte superiore. L’attraversata della baia di Hong Kong è veramente uno spettacolo unico, ed i sette minuti che occorrono per effettuare la stessa consentono di ammirare comodamente lo skyline unico che questa città può offrire. Stiamo poco però a Central, in primo luogo perché a quest’ora è molto trafficata, in quanto la nostra visita coincide con l’orario di chiusura degli uffici (e vale la pena di ricordare che molte delle più importanti compagnie del mondo hanno la sede in questo distretto), e poi perché iniziamo ad essere a nostra volta stanchi. All’imbrunire riprendiamo quindi lo Star Ferry verso Tsim Sha Tsui, raggiungendo il nostro hotel, dove una meritata doccia, ed un letto porranno fine a questa estenuante giornata vissuta nel caldo asfissiante di Hong Kong. Alle venti, mentre le “mie donne” già dormono beatamente, esco in strada per acquistare in un supermarket delle bottiglie d’acqua, considerato che in hotel costano delle cifre da capogiro, ed il nostro viaggio è ancora lungo. Alle tre del mattino, Valentina, la quale ha sempre avuto un sonno continuo, ci da la sveglia, e non vuole saperne di addormentarsi in alcun modo. Io e Patrizia ci alterneremo per oltre due ore cullandola, e pagando in questo modo lo scotto del fuso orario. Sarà così per le prossime tre notti. Il giorno seguente di buon mattino siamo nuovamente sullo Star Ferry, assieme a decine di pendorali che si recano negli uffici di Central. Visti dal basso, questi grattacieli sono ancor più impressionanti. Non è certo facile muoversi attraverso il traffico caotico di questo quartiere, soprattutto per il fatto che molti sottopassaggi pedonali sono costituiti da decine di gradini e questo non facilita certo chi deve muoversi come noi, con un passeggino al seguito.
Nonostante non abbia ancora completamente assimilato il cambio di fuso orario, Valentina sembra essere a suo agio, anche perché, ovunque la gente continua a sorriderle, ed a scherzare con lei. Superiamo la Connaught Road, raggiungendo in breve Statue Square, dove in passato vi erano le statue dei reali d’Inghilterra, le quali furono rimosse dai giapponesi quando occuparono Hong Kong nel corso della seconda guerra mondiale.Sul lato destro di questa piazza troviamo il Prince ’s Building, un vasto centro commerciale, che presenta al suo interno decine di negozi dell’alta moda moda internazionale, dove ovviamente fanno al parte del leone soprattutto le nostre atelier. Nel quartiere di Central abbiamo modo di ammirare anche i famosi tram a due piani, ampiamente ammirati in numerosi film e documentari. Ci piacerebbe prenderne uno, anche solo per osservare questi edifici da un'altra prospettiva, unendoci alla gente del posto, ma sono affollati all'inverosimile, e con Valentina non è certo la soluzione migliore. Da alcuni punti possiamo ammirare il profilo maestoso della Bank of China, poco distante da noi.
La particolare costruzione è tutt’ora criticata e malvista dalla maggior parte degli abitanti di Hong Kong, in quanto è stata costruita senza tener conto dei principi del “fung shui”, e mancano inoltre alcuni tipici elementi cinesi ritenuti indispensabili, come ad esempio l’assenza dei leoni presso la porta principale.Leggendo queste note in un quartiere costituito prevalentemente da immensi edifici vetrati, dove la gente marcia spedita verso il business,capiamo ancora una volta come anche una modernissima città quale Hong Kong, sia strettamente legata ad antiche tradizioni e così, pure un’avveniristica costruzione dove avvengono miliardarie transazioni giornaliere, deve necessariamente tener conto di strane leggi che governano sia il mondo fisico che materiale, influendo tantissimo sulla vita delle persone. Continuando a passeggiare fiancheggiando questi imponenti edifici, in breve raggiungiamo il terminal del Peak Tram, il quale ci porta 400 metri più in alto, dove, con una breve passeggiata, raggiungiamo la nostra meta, ovvero Victoria Peak, 
il punto più elevato della città (554 metri), dal quale osserviamo un bellissimo panorama del profilo di Hong Kong, sebbene siamo circondati da decine e decine di turisti appartenenti a gruppi organizzati, i quali rendono chiassoso all’inverosimile un posto incantevole.
Da Victoria Peak ci spostiamo in taxi a Repulse Bay, la principale spiaggia di Hong Kong, dove sostiamo una mezz'ora per far mangiare Valentina, approfittando a nostra volta di un po’ di fresco all’ombra di alcuni alberi, dopo aver penato non poco per scendere un’infinita serie di gradini. Adiacente alla Repulse Bay, grondanti di sudore, visitiamo il tempio di Tin Hau, letteralmente cosparso di statue raffiguranti tipiche divinità cinesi, tra cui Kuan Yin, la dea della misericordia. Passeggiando lungo la spiaggia ammiriamo alcuni immensi grattacieli posizionati dietro la collina adiacente, i quali ospitano lussuosi appartamenti per i cittadini benestanti di Hong Kong.
Ci muoviamo nuovamente, e poco distante restiamo colpiti da un grosso palazzo il quale presenta al centro un gigantesco buco, progettato appositamente in questo modo proprio per essere fedeli alle regole del “fung shui”, in quanto sembrerebbe che il buco consenta il passaggio di un enorme dragone. Contraddizioni su contraddizioni in questa città, dove si alternano fondendosi modernità e tradizione, razionalità e superstizione. Lo stesso si evidenzia ad Aberdeen dove, in compagnia di altri turisti, salpiamo a bordo di un sampan, una classica lancia a motore che ci trasporta lungo il porto, costeggiando le boat house. Malgrado Aberdeen venga considerata a tutt’oggi una meta impedibile di Hong Kong, notiamo le numerose imbarcazioni vuote, a testimonianza che il classico giro in barca è diventato con il trascorrere del tempo solo un’attrazione turistica.
Troviamo quasi logico che i pescatori che fino a qualche tempo addietro abitavano nelle barche, ora si siano sistemati nei grossi palazzi situati alle spalle del porto, i quali sono ben visibili durante il nostro giro. Secondo quanto leggiamo, questi palazzi ospitano centinaia di appartamenti della superficie di appena una decina di metri quadrati ciascuno. Dopo aver terminato il nostro giro turistico, ammirando tra l’altro l’enorme sagoma kitch del Jumbo Floating Restaurant, torniamo quindi a Tsim Sha Tsui, dove, dopo aver attraversato il gelo polare della hall, entriamo in camera per una doccia, al fine di toglierci di dosso il sudore appiccicaticcio, che da questa mattina ha preso possesso dei nostri corpi.
Valentina si è addormentata e, coprendola completamente, usciamo di nuovo, sperando che questi continui sbalzi di temperatura non la facciano ammalare. Andiamo nuovamente verso lo Star Ferry, in quanto abbiamo deciso di partecipare ad una crociera nella baia, la quale si dimostra più interessante del previsto, poiché, costeggiando il porticciolo costruito per riparare le barche dai tifoni, abbiamo modo di vedere un villaggio di boat people, molto più autentico, ma meno famoso di quello di Aberdeen.
Fa un certo effetto passare vicino a queste semplici barche, osservare la vita quotidiani di questi pescatori, le pentole su cui bolle il riso, i loro miseri giacigli, essere inebriati da pungenti odori che sollecitano ripetutamente le nostre narici, credendo per un attimo di tornare improvvisamente indietro nel tempo, e poi girare lo sguardo, vedendo degli immensi grattacieli vetrati, sui quali spiccano innumerevoli insegne pubblicitarie.  La sera decidiamo di provare qualcosa di diverso per la cena, ma la scelta non è certo facile, poiché Hong Kong abbonda di locali. Come precedentemente scritto, i locali più economici sono sicuramente i noodle shop, specializzati ovviamente in tagliolini, generalmente serviti in zuppe, ma ci sono ristoranti per tutti i gusti, che vanno dai classici fast food, ai ristoranti che servono cucina giapponese, coreana, e soprattutto indiana. Ovviamente il numero maggiore di ristoranti riguardano però la cucina cinese, con prevalenza di locali cantonesi, che poi è la cucina diffusa anche nel nostro paese, ma pullulano anche ristoranti che servono altri tipi di cucine cinesi come la “chiu chow”, la “pechinese”, quella di Shangai, di Sichuan e Hunan. Ci viene consigliato il ristorante Dynasty, all’interno del New World Hotel, e così, percorrendo un piccolo tratto della Salisbury Road, in breve lo raggiungiamo. Valentina si è addormentata, e stentiamo un poco a trovare un tavolo riparato dai potenti gettiti di aria condizionata sparata al massimo, come in tutti i locali di Hong Kong del resto. Il ristorante è davvero elegante, ed è frequentato esclusivamente da cinesi, elegantemente vestiti. Con i nostri vestiti informali ci sentiamo leggermente a disagio, e tra l’altro avvertiamo veramente freddo. I camerieri si meravigliano chiedendoci spiegazioni, in quanto abbiamo letteralmente coperto Valentina dalla testa ai piedi con i nostri giubbetti, al fine di proteggerla dalla temperatura davvero bassa presente nel locale. Il cibo è veramente squisito, letteralmente lontano anni luce dalla cucina “in serie” servita nei locali italiani. Si avverte totalmente la freschezza degli ingredienti, una vera delizia per il palato. L’unica nota negativa sarà data dal conto, ma ritengo che ne sia valsa la pena.

Il mattino successivo risaliamo gran parte della Nathan Road, al fine di raggiungere il celeberrimo mercato della giada. Lasciata la grande e trafficata arteria stradale, densa di negozi e centri commerciali, ci infiliamo nelle piccole stradine circostanti coma la Jordan e Shangai Road, facendo un salto all’indietro di alcuni anni. In queste strade, ancora una volta il moderno lascia il posto al tradizionale, in quanto incontriamo decine di negozi di medicina tradizionale cinese e cibo essiccato che va dai classici calamari alle cozze, ad altro ancora che proprio non conosciamo. Gli odori sono molto forti, a tratti sgradevoli, il caldo insopportabile, le strade disagevoli, soprattutto da percorrere con il nostro passeggino e mi chiedo se Valentina non mi odierà per averla costretta a subire tutto questo. In breve raggiungiamo il mercato della giada, ma la nostra sarà una semplice visita di curiosità, poiché le fregature sono sempre dietro l’angolo, soprattutto per chi come noi ha poca dimestichezza con tali oggetti. Nel pomeriggio, essendo oggi ferragosto, vogliamo concederci un piccolo lusso con quello che viene descritto da tutte le guide come una vera e propria istituzione qui ad Hong Kong, ovvero l’Afternoon Tea al Peninsula Hotel. Entriamo quindi nella lobby di quello che viene considerato a tutti gli effetti il più lussuoso albergo di Hong Kong. Troviamo a stento un tavolo, dove ci accomodiamo facendoci servire il classico tea, il quale ci viene servito accompagnato da un notevole assortimento di pasticcini e tartine salate. Grande atmosfera, musica classica di sottofondo, servizio impeccabile, con i camerieri che portano la teiera con i guanti bianchi, grande eleganza di tutti gli ospiti presenti, davvero una gran bella esperienza, se non fosse per il fatto che un tea con qualche pasticcino ci è venuto a costare circa settantamilalire !!! Ma Hong Kong è anche, e soprattutto questo, in quanto ieri abbiamo pranzato lautamente con dei tagliolini in brodo spendendo poco più di cinquemilalire in due. Hong Kong, una città che mi accingo a lasciare con rammarico, la cui seconda visita lancia i presupposti per una terza, indubbiamente la città asiatica più spettacolare tra quelle da noi visitate. Vorrei tornare e stabilirmi per un lungo periodo ad Hong Kong, visitare tutti i quartieri, soprattutto quelli meno battuti, vorrei provare ad entrare nel profondo di questa città che mi ha ammaliato, vorrei perdermi nei suoi vicoli, vorrei farmi inghiottire dalle sue innumerevoli contraddizioni. Attorno alla mezzanotte, dopo che Valentina in sala d’attesa ha dovuto posare in compagnie di tre ragazze giapponesi desiderose di farsi fotografare assieme a lei, ci imbarchiamo alla volta di Cairns. Essendo da poco scoccata la mezzanotte, appena decollati la piccola si addormenta, ma dopo un paio d’ore sarà svegliata da Nicolas, un pestifero bimbo australiano di tre anni che per tutto il volo continuerà a piangere, tramutando il nostro viaggio, e quello degli altri passeggeri in una sorta di incubo. Continuerò quindi a passeggiare per le cinque ore di volo rimanenti con Valentina in braccio attraverso le file all’interno dell’aereo, constatando stavolta l’assenza di nostri connazionali, ma una nutrita presenza di asiatici ed australiani. Quando le hostess iniziano a spruzzare una sorta di disinfettante, il sole splende dai finestrini, ed i video proiettano ripetutamente i servizi sul divieto d’introdurre cibi nel Queensland, capisco che stiamo per atterrare sul suolo australiano.


Il nostro viaggio continua in Australia nel Queensland.