Phuket

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JAlbum 4.6

 

 

Phuket, l'isola che c'è


Malgrado l’abbia finora visitata marginalmente, torno sempre volentieri in Thailandia.

Sì, perché il paese è estremamente ospitale, e la sua gente, cordiale, amabile, ed assai disponibile, è sempre pronta a regalarmi un sorriso, aldilà dello scontato rapporto turistico che possa legarci durante un viaggio.

Torno sempre volentieri in Thailandia, perché la sua straordinaria natura, sembra ogni volta quasi divertirsi ad incantarmi come un bambino.

Torno sempre volentieri in Thailandia, perché adoro quel senso di incredibile spiritualità, che avverto passeggiando serenamente nei suoi Wat.

Torno sempre volentieri in Thailandia, perché mi affascina la sua intrigante, variegata e secolare cultura.

Torno sempre volentieri in Thailandia perché amo la sua cucina, così saporita, speziata e piccante.

Torno sempre volentieri in Thailandia, forse anche perché, mentre scrivo queste righe, mi rendo conto che potrei facilmente trovare altri mille motivi, per giustificare proprio un perché.

Ho avuto da sempre un legame indissolubile con il mare, che esercita nei miei confronti un’attrazione essenzialmente irresistibile, e dopo le migliaia di chilometri percorsi durante la scorsa estate nelle rosse terre dell’outback australiano, negli ultimi mesi mi sentivo quasi in crisi di astinenza, al punto tale da avvertire di giorno in giorno una sorta di necessità, e di voler a tutti i costi staccare la cosiddetta spina per qualche tempo, trovando un rifugio sicuro nelle calde acque di un mare già conosciuto, e che tanto mi aveva affascinato, quale quello così spettacolare delle Andaman, che bagna il lato sinistro della penisola del Siam.

La varietà delle destinazioni turistiche in quella fascia di costa è andata progressivamente ampliandosi nel  tempo, e le isole che fanno sognare ad occhi aperti sembrano oggi essere davvero molteplici, considerato che su alcune di esse avevo già fantasticato sufficientemente nel corso degli ultimi anni, ma il viaggiatore si sa, è spesso volubile, irrequieto ed instabile, tanto che in questo periodo, più che partire alla ricerca dell’isola che non c’è, avevamo voglia di stare in mezzo alla gente, e la nostra scelta per questa quarta visita thailandese è pertanto caduta su quella che probabilmente è la più gettonata località turistica del paese, ovvero l’isola di Phuket.

Phuket che, lo confesso, mentre percorriamo la statale 402 in direzione sud, provenendo dall’aeroporto internazionale, un tantino ci spaventa per l’intensa mole del suo congestionato traffico. Su consiglio di Giorgio, un italiano trasferitosi in loco e conosciuto in internet, ci sistemiamo al Kata Poolside Resort, un gradevole hotel ubicato a breve distanza dalla famosa spiaggia di Kata e dirimpettaio del più blasonato, mastodontico e lussuoso Kata Beach Resort. La nostra scelta risulterà ottima. L’hotel ha anche il vantaggio di annoverare uno dei ristoranti più quotati di Kata, il Lobster & Prawn, che, essendo ora di pranzo, sperimentiamo subito, assaporando uno dei nostri piatti preferiti, ovvero il piccante Kaeng Khiew Wan Kai, curry verde di pollo, che innaffiamo con un’immancabile Singha Beer di rito, ovviamente gelata al punto giusto. Ci dirigiamo quindi sulla Kata Beach, dove trascorriamo il nostro primo pomeriggio. La lunga spiaggia, protetta su entrambe i lati da dei promontori rocciosi, è bella, quantunque la sabbia non sia bianchissima ed estremamente fine come piace a noi, ed il mare è quest’oggi un tantino mosso. Peccato davvero, poiché si nota comunque nitidamente la trasparenza dell’acqua. Cento bath, grosso modo un paio di euro, questo è quanto paghiamo oggi e pagheremo in quasi tutte le spiagge attrezzate dell’isola per due lettini ed un ombrellone. Cifra da far indubbiamente impallidire quelle notizie allarmanti riguardanti i costi esorbitanti denunciati ogni estate nei confronti dei nostrani stabilimenti balneari. Il resto, ovviamente più piacevole, è un’insieme di soddisfacenti sensazioni e vedute costituite da baracchini di massaggiatrici, piccoli chioschi, dolcissimo e fresco latte di cocco che non vedevo l’ora di riassaporare, venditori ambulanti, lunghe passeggiate sul bagnasciuga, e le immancabili long tail boats ancorate sui margini opposti della spiaggia, che fanno così tanto Thailandia. Su una di questa barche a lunga coda, appunto, il giorno successivo ci imbarchiamo alla volta di Nui Beach, spiaggia semiprivata, raggiungibile unicamente via mare, o tramite una tortuosa stradina sterrata lunga un paio di chilometri, adatta per lo più ai mezzi a quattro ruote motrici. Balliamo per qualche minuto sulle lunghe onde dietro al promontorio sinistro di Kata Noi, normale routine per noi in Thailandia, e nulla di comparabile rispetto a quanto provato qualche anno fa al largo di Ao Nang, nella provincia di Krabi. Poco dopo si intravede una piccola e profonda rientranza, ed il mare, man mano che ci avviciniamo alla riva, diventa progressivamente sempre più calmo, chiaro e trasparente, fino ad assumere delle spettacolari tonalità verdi turchine. Fissiamo per le sedici l’orario in cui il barcaiolo verrà a riprenderci, dopodiché approdiamo in spiaggia, dove ci viene incontro un ragazzo che ci assegna un ombrellone e due lettini, previo pagamento di una somma sempre ovviamente esigua rispetto ai nostri standard, ma equivalente a più del doppio in rapporto ai prezzi praticati nelle altre località dell’isola. Però il posto li vale davvero tutti. Poca gente, relativo silenzio, mare calmo, dai colori estremamente splendenti, caratterizzato da acqua limpida, ed ubicato in una profonda insenatura rocciosa, sui cui lati opposti è possibile praticare un discreto snorkeling. Valentina si delizia galleggiando con la sua ciambella gonfiabile nelle calde acque, mentre Patrizia si cimenta poco oltre in qualche vigorosa bracciata. Le osservo con attenzione dal pelo dell’acqua. A volte ci vuole così poco per sentirsi felici. Un sentiero si inerpica dalla spiaggia fino allo spartano ristorante sovrastante, poco più di una fatiscente casetta in mattoni, da cui si gode però di una fantastica visuale dell’insenatura e degli accecanti colori del mare. Ordiniamo dei Po Pia Kung, una sorta di saporiti involtini primavera, però ripieni di gamberi anziché di verdure, e del pesce fritto, che ci vengono serviti accompagnati da alcune squisite salse piccanti, tra cui spicca la familiare nam prik pao, ed a cui facciamo seguire delle generose porzioni di khao pad kung, l’appetitoso riso fritto con gamberi. Sarà per l’ambiente, per la fantastica visuale di cui godiamo, o più semplicemente per l’appetito, che a quest’ora si fa notevolmente sentire, ma ricorderemo questo pasto come uno dei migliori consumati durante questo soggiorno. La sera vengono a prenderci in hotel Giorgio e la sua famiglia, e ci rechiamo tutti assieme al Baan Rawai Restaurant. Valentina socializza con Giulia, più grande di lei di solo due anni, ed iniziano vivacemente a scorazzare per i giardini del ristorante, mentre Moon, l’affabile moglie thai di Giorgio, ordina tutta una serie di pietanze, che da lì a breve imbandiranno la nostra tavola. Difficile descriverle tutte, avrei dovuto prendere appunti, ma ricordo particolarmente delle gustose ed enormi ostriche crude, che abbiamo cosparso di erba cipollina fritta, dorata e finemente tritata, una grandiosa e piccantissima Tom Yam Kung, una polpa di granchio grigliata con verdure miste, ed uno squisito pesce al lemon grass. La serata si conclude scambiando quattro chiacchiere a casa della simpatica famigliola, sorseggiando dopo aver gustato tante specialità locali, un italianissimo caffè, fatto rigorosamente con la moka.  

Il giorno seguente avevamo riservato un’escursione presso una vicina isola, ma ci rinunciamo, prendendocela comoda, ed alzandoci un po’ più tardi, poiché Valentina sta risentendo del fuso orario, e probabilmente avrà anche preso un po’ troppo sole. Poco male però, avevo prenotato a malincuore, considerato che non ci sono mai piaciute particolarmente quelle escursioni organizzate, dove ti trovi “intruppato” ad altre decine di turisti. Mi manca troppo quel senso di libertà che prediligo e ricerco in un viaggio, e preferisco pertanto di gran lunga prendere a nolo un’automobile, optando per una nuovissima Toyota Vios, che noleggio per 1.100 bath al giorno. Considerata l’estensione di Phuket, e tutto ciò che c’è da vedere, pur essendo partito dall’idea di noleggiarlo per soli due giorni, terrò invece il mezzo fino alla fine della vacanza, rinnovando quotidianamente il noleggio, ed ottenendo nei giorni successivi delle tariffe sensibilmente inferiori. Partiamo sulla strada costiera in direzione nord, fermandoci un po’ di tempo a Karon, la prima località che incontriamo. Il posto è bello, la spiaggia è molto lunga e la sabbia decisamente più bianca e fine rispetto a Kata Yai, ma quest’oggi spira un forte vento, che rende fastidiosa la permanenza in questo tratto di costa, ed il mare è sostanzialmente increspato. Proseguiamo oltre, constatando da subito la palese difficoltà di condurre un’automobile lungo alcuni tratti delle strade di Phuket, dove spesso si creano nelle salite lunghe code provocate dai tuk-tuk, dagli autobus, o da alcuni mezzi carichi di merce, che stentano nella loro marcia. A peggiorare la situazione, ci sono inoltre le decine di motorini che sfrecciano in maniera disordinata, spesso condotti incautamente dagli stessi turisti, che guidano sprovvedutamente nel mezzo della carreggiata, causando avventati sorpassi da parte degli automobilisti che li seguono. Non è affatto raro vedersi sbucare a velocità sostenuta da dietro una curva, un mezzo contromano. Poco dopo Karon, intravediamo dietro la vegetazione la sagoma verde-bianca del Meridien Phuket Beach Resort, e ci fermiamo per qualche istante, parcheggiando l’auto presso una rientranza, ed osservando dall’alto le smeraldine acque della Relax Bay, che ci appare bellissima, e bagnata da un mare estremamente trasparente, come notiamo con facilità anche da sopra la carreggiata. E’ chiaro che il lusso ha un suo prezzo, in questo caso decisamente salato, ma anche la bellezza del posto è comunque innegabile. Attraversiamo il lungomare di Patong, autentico carnaio umano anche in pieno giorno e caratterizzato da un traffico altamente congestionato. La spiaggia è molto affollata, non ci sembra oltretutto particolarmente attraente e proseguiamo quindi oltre, passando dapprima per Kamala, dove sono ancora purtroppo visibilmente evidenti i segni della tragedia provocata dallo Tsunami. Imbocchiamo in seguito una lunga serie di tornanti, che si inerpicano fino al cartello che indica la Laem Singh Beach, dove parcheggiamo la nostra autovettura. Scendiamo lungo il sentiero costituito da passerelle in legno, il quale si snoda in discesa attraverso la fitta vegetazione per duecento metri circa. La spiaggia ci appare dall’alto, ed è effettivamente molto scenografica, caratterizzata dalla forma di piccola mezzaluna, incastonata nella vegetazione circostante e bagnata da limpide acque che spaziano cromaticamente dall’azzurro al verde intenso, infrangendosi nel mezzo su alcune granitiche rocce levigate. Non c’è molta gente, diversi lettini sono vuoti, meglio sicuramente così. Decidiamo di fermarci qualche oretta, sollazzandoci in un mare davvero invitante, le cui piccole onde rendono estremamente piacevole immergersi nell’acqua trasparente. L’odore irresistibile del cibo tailandese e del pesce alla griglia si diffonde presto nell’aria. Pranziamo in uno dei modesti ristorantini posti alle spalle della spiaggia, consumando un saporito Phad Thai e del piccante curry di pesce. Dopo pranzo riprendiamo la nostra marcia, tralasciando Surin, dopo torneremo nei prossimi giorni, e Bang Tao, bella spiaggia quasi monopolizzata dall’enorme complesso integrato del Laguna Phuket. Dopo aver superato l’hotel Allamanda, imbocchiamo una strada sterrata, che dopo qualche chilometro ci conduce sulla Layan Beach, dove sostiamo nuovamente. Il posto mi piace molto. La spiaggia è lunga, molto vasta, ed è lambita da un mare calmo. Perlomeno nel punto dove siamo noi, c’è un solo bar e pochissimi lettini, molto distanti gli uni dagli altri, ed ubicati prevalentemente nel tratto iniziale. Poi, centinaia di metri deserti, fino ad un’ampia curva, in cui la spiaggia si nasconde a perdita d’occhio dietro ad un piccolo promontorio cosparso di vegetazione. In mezzo al mare, a suggellare il paesaggio, una long tail boat che sembra ancorata lì per caso, quasi al fine di invogliare i turisti a scattare scenografiche fotografie. Proseguiamo oltre, fino alla Naithon Noi Beach, sostando presso l’Andaman White Beach Resort, un albergo da sogno, estremamente lussuoso, delimitato da una spiaggia altrettanto scenografica, che desideravamo vedere. Ci sediamo ad un tavolo in prossimità della spiaggia, ed ordiniamo un gelato, tra l’altro davvero eccellente, ma pagando un conto salatissimo, rapportato sicuramente al lussuoso contesto in cui ci viene servito, anche se ne vale decisamente la pena, trattandosi assolutamente di un gran bel posto, che, con il sole basso, risplende a quest’ora di una magica luce. Tralasciamo la Naithon Beach, dirigendoci ancora a nord, alla volta della Nai Yang Beach, ma arrivati in prossimità del cartello che indica la svolta per la stessa, notiamo un grosso mercato locale. A questo punto, considerato che sta quasi tramontando, dobbiamo scegliere se andare a vedere la spiaggia, o fermarci al mercato. Non ci pensiamo due volte, e poco dopo ci troviamo a passeggiare incuriositi tra decine di banchetti che espongono svariata mercanzia, in un’intensa esplosione di colori, odori, suoni, parole per noi incomprensibili, ma anche molti sorrisi, in fondo siamo farang, ed in questo caso anche paragonabili a delle mosche bianche. Peccato però, queste sono le situazioni in cui vorresti più del solito socializzare, scambiare quattro chiacchiere che vadano oltre le poche parole thai imparate, e mai come in questo caso le differenze linguistiche costituiscono delle barriere. Ci sono decine di banchi che vendono abbigliamento, mentre altri smerciano pesce fresco ed essiccato, nonché carne macellata, che in alcuni casi sembra rendere felici nugoli di mosche. Altri ancora offrono un’infinità di frutti e verdure, mentre sono decine i banchetti che cuociono cibo, diffondendo nell’aria intensi e pungenti profumi, più o meno piacevoli. Tornati a Kata, ceniamo presso il Lobster & Prawn, sul cui ingresso, ubicato sulla strada principale,  tutte le sere viene esposto in bellavista dell’invitante pesce fresco. Il barbecue arrostirà per noi alcuni giganteschi Tiger Prawn, un Red Snapper e dei bei calamari, che andranno a far compagnia a degli squisiti noodles fritti, ed all’immancabile riso. Poi, passeggiata turistica di rito tra i negozietti di Kata.

L’indomani muoviamo verso sud, sostando dapprima sul belvedere, da cui si gode di una magnifica visuale in lontananza delle sottostanti spiagge di Karon, Kata Yai e Kata Noi, quest’ultima oggi davvero spettacolare, distinguendosi in particolare per un mare dall’intenso color verde smeraldo. Una coppia di francesi ha scelto questa scenografia per immortalare fotograficamente il proprio matrimonio, e tra i loro ospiti, ci appaiono molto graziose delle piccole damigelle vestite tutte uguali, sebbene in un contesto informale come questo, dove si fermano decine di turisti in costume e canottiera, determinati abiti da cerimonia appaiono forse stonati. Raggiungiamo in seguito Nai Harn Beach, caratterizzata da un’ampia e profonda laguna bagnata questa mattina da placide acque, e delimitata su entrambi i lati da delle basse colline, su una delle quali spicca la sagoma del lussuoso Royal Meridien Phuket Yacht Club. Essendo oggi domenica, la spiaggia ed i retrostanti ristoranti, oltre ad annoverare le solite presenze turistiche, pullulano di thai, e questo conferisce al posto un’aria un po’ più autentica. Pur essendo visibilmente pulita, l’acqua della parte centrale non è estremamente limpida, così ci spostiamo passeggiando verso l’estremità sinistra, dalla parte opposta rispetto al Meridien, fino a quando, in prossimità delle formazioni rocciose che delimitano l’ampia spiaggia, troviamo un mare estremamente cristallino e dagli intensi colori. Trascorriamo diverso tempo in questo punto, dove abbiamo riscontrato uno dei più bei tratti di mare visti a Phuket. Nel tardo pomeriggio proseguiamo alla volta del Phrom Thep Cape, il punto più a sud dell’isola, che, a quanto sembra, oltre ad essere un’attrattiva turistica da cui è possibile ammirare un magnifico tramonto, è anche un luogo d’incontro domenicale dei locali, considerato che lo troviamo letteralmente affollato di thailandesi. Sono assai numerose in particolare le giovani coppiette, e le comitive di ragazzi, diversi dei quali si divertono cantando e strimpellando delle chitarre. Passando dinnanzi ad un gruppo di questi, intono scherzosamente le parole “Made in Thailand”, che corrispondono al titolo di un brano di successo molto in voga diversi anni fa, e cantato dai Carabao, uno dei complessi musicali thailandesi più affermati. E’ l’apoteosi. Molti di questi ragazzi si presentano, parlano un discreto inglese e ci invitano a cantare con loro. Tento di rifiutare, ma insistono simpaticamente coinvolgendomi, ed allora provo a stare al gioco, improvvisando di nuovo il ritornello di Made in Thailand. Mi scrivono su un foglio le parole come andrebbero più o meno pronunciate in thai e, quando iniziano a suonare, parto con uno stonato “med in tailen, den din tai rao, gep gan jon gao…” fino a quando il Phrom Thep Cape non viene quasi giù per le risate, comprese quelle mie, di Patrizia e Valentina. I simpatici ragazzi ci invitano a mangiare qualcosa in loro compagnia, ma rifiutiamo con cortesia, dopo esserci congedati tra mille risate ed un affettuoso saluto. Nel piazzale principale della località, in prossimità dei parcheggi, sorgono svariati banchetti che vendono cibarie differenti, e piccoli carrettini che arrostiscono satay e calamari, spargendo nell’aria intensi ed invitanti profumi. Sopra, a breve distanza dal punto in cui mi sono “esibito”, troviamo anche un tempietto dedicato a Bhrama, che pullula di fedeli intenti nelle loro preghiere, ed impegnati a bruciare bastoncini d’incenso. Lo spettacolo sottostante, costituito dalle visuali d’insieme della scogliera, degli isolotti poco distanti, e del mare incorniciato dalle palme, è veramente eccezionale, sebbene non ci tratterremo qui fino al tramonto, ma raggiungiamo invece Kata Noi, bella spiaggia dove passeggiamo fino all’imbrunire. La sera decidiamo di andare a Patong, che preferisco però raggiungere con un Tuk-Tuk, poiché non ho voglia di guidare in quella bolgia, né tantomeno avere grattacapi su dove parcheggiare. Ceniamo al Patong Seafood, ubicato sul lungomare, vicino al Banana Disco, dove consumiamo dei grossi gamberoni al barbecue, un pesce cotto al vapore e saltato con peperoncini e verdure, uno squisito granchio pescato vivo sotto ai nostri occhi dall’acquario, e riportato in tavola direttamente nella casseruola assieme a dei succulenti noodles di soia, nonché una grandiosa Tom Yam Talay, variante della celeberrima Tom Yam Kung, sebbene leggermente meno agra, e composta da un mix di frutti di mare, anziché di soli gamberi. L’unico neo, non affatto trascurabile direi, è che è piccante da morire, al punto tale da farmi lacrimare mentre la ingerisco, malgrado sono abituato da sempre a consumare pietanze che contengono peperoncino. Mi rendo conto di stare esagerando con il cibo, e ne pagherò in seguito le conseguenze. Dopo cena continuiamo a passeggiare sul lungomare, dopo restiamo attoniti di fronte a dei negozi che, assieme ai classici souvenir, vendono anche macabri carnet fotografici relativi allo Tsunami, oltre a videocassette e dvd vari riguardanti l’immane tragedia. Imbocchiamo in seguito Soi Bangla, che percorriamo fino alla congiunzione con la Rat-U-Thit Road. Se il lungomare di Patong in sé stesso non mi era piaciuto, trovo addirittura deprimente Soi Bangla, una sorta di dantesco girone infernale ambientato in una stretta strada, dove si fondono quasi mescolandosi tra loro svariati negozi turistici, centinaia di persone, locali più o meno equivoci, caos, sgargianti insegne luminose, travestiti, musica sparata a tutto volume, turisti palesemente ubriachi, bar con gentili donzelle annesse agli sgabelli, sapientemente impegnate ad adescare i clienti con un “helloooooo!”, e tutto il kitch possibile ed immaginabile in un luogo deputato al turismo, purtroppo anche sfacciatamente sessuale. Mi ricorda una Patpong Road di Bangkok amplificata nei suoi lati negativi, con l’aggravante che, salvo qualche piccola eccezione, qui mancano anche le simpatiche bancarelle in cui cimentarsi negli acquisti di paccottiglia turistica.

Il giorno successivo decidiamo di tornare verso nord, al fine di visitare Hat Nai Yang, a cui l’altro ieri abbiamo preferito un attiguo mercato. Scegliamo di percorrere ancora la strada costiera, anziché prendere la via dell’interno e la più veloce 402. Ci fermiamo in prossimità di Surin, con l’intento di visitarla brevemente e riprendere successivamente la marcia, ma il posto tutto sommato ci piace e decidiamo di rimanerci. Surin Beach non viene tanto elogiata, eppure si tratta di una spiaggia carina, non eccessivamente affollata e con un mare quest’oggi particolarmente limpido ed invitante, in particolar modo nell’estremità destra, dove l’acqua risulta estremamente cristallina e quasi crea una suggestiva cartolina, fondendosi assieme ad alcune vicine formazioni rocciose, e ad un piccolo boschetto di palme. Già, palme che a Phuket sembrano nell’insieme scarseggiare, specie se si fa uno scontato paragone con isole visitate nel passato come Samui, dove costituiscono invece un elemento predominante nel territorio. Comunque Surin ci piace e sarebbe a mio avviso un gran bel posto se non fosse per le invadenti moto d’acqua, per fortuna comunque presenti in numero limitato, che però a tratti infastidiscono, creando rumore e sollevando onde. Purtroppo, rappresentano il lato negativo del forte impatto turistico, ed in determinate località come questa, occorre necessariamente farci i conti. Anche qui, come nella maggior parte delle spiagge dell’isola, sono presenti alle spalle del mare dei piccoli ristoranti spartani, presso i quali gustare qualche specialità locale con lo sguardo rivolto verso il turchese delle acque. L’anziana proprietaria di uno di questi locali mi chiede come preferisco il mio curry di gamberi, se piccante, poco piccante, o mediamente piccante. Le rispondo di prepararlo come piace a lei e mi serve una pietanza che mi incendia letteralmente le labbra ed il palato. E’ felice che mi sia piaciuto, si siede un po’ assieme a noi, scambiamo qualche chiacchiera e mi racconta brevemente della sua famiglia, sebbene il suo inglese tende a dimezzare quasi le parole, e spesso stento a comprenderla, ma la sua simpatia, la sua spontaneità, ed il suo sorriso non hanno prezzo. Grazie del curry gentile signora, ma soprattutto della tua dolcezza. Restiamo ad Hat Surin fino quasi al tramonto, dopodiché riprendiamo la via di Kata, prendendo questa volta dapprima la 4025 fino al monumento dedicato alle Due Eroine, e fermandoci in seguito presso il Tesco Lotus, un gigantesco ipermercato ubicato all’incrocio tra la statale 402 e la diramazione per Patong. Una delle tante cose che più mi piacciono in un viaggio, è quella di curiosare tra i mercati ed i supermarket locali, osservando i prodotti esposti, e gli acquisti della gente del posto, sbirciando nei loro carrelli, e dando magari se possibile anche un’occhiata alla loro lista della spesa, in questo caso però ovviamente incomprensibile. La sera ceniamo nuovamente al Lobster & Prawn, dove mi cimento tra le altre cose ancora una volta nella famosa e piccantissima Tom Yam Kung, ma, come scritto, ho probabilmente esagerato con le industriali quantità di cibo ingerite, e durante la notte vengo colto da conati di vomito e febbre, che non mi abbandonerà per tutto il giorno seguente. Un grosso peccato di gola, è proprio il caso di dirlo, ma riesco davvero poco a resistere alle prelibatezze di questa eccezionale cucina. Trascorriamo la giornata quasi interamente nell’incantevole e vicina Kata Noi, una spiaggia molto carina e caratterizzata da una bella sabbia bianca. Anche qui, come nella vicina Kata Yai, il mare durante questi giorni è leggermente mosso, ma estremamente pulito. Quasi l’intera lunghezza della spiaggia è occupata alle proprie spalle dal Katathani Beach Resort, un lussuoso complesso turistico, che sorge per l’appunto in posizione privilegiata. La febbre mi impedisce di godere appieno della bellezza del posto, a differenza di Valentina e Patrizia, che trascorrono gran parte del tempo a mollo nelle sue trasparenti acque. Nel tardo pomeriggio incontriamo Federico, un altro italiano conosciuto in internet, in vacanza anch’egli in questo periodo a Phuket, in compagnia della moglie Franca. Si rivelano persone estremamente interessanti e simpatiche, oltre ad essere degli esperti viaggiatori, che hanno di fatto visitato mezzo mondo. In serata, ci rechiamo assieme in macchina alla rotonda di Chalong, dove ci aspettano Giorgio e famiglia. Concordiamo di recarci a cena al Phuket View Restaurant, un elegante locale conosciuto da Giorgio, ed ubicato in posizione panoramica sulla Rang Hill, la collina che sovrasta Phuket Town. Federico compie quest’oggi gli anni, e ci comunica a priori che sarà pertanto lui ad offrire gentilmente la cena. Anche questa volta Moon ordina un’ingente quantità di pietanze, che andranno ad occupare pressoché per intero la nostra tavola, ma l’indigestione in corso e la relativa febbre mi impediscono quasi di toccar cibo, ed è un vero peccato, poiché l’aspetto dello stesso è decisamente invitante. Assaggio solo un po’ di riso servito in un ananas e del maiale, comunque davvero squisiti, ma poi debbo gioco forza abdicare. Trascorriamo la serata in allegria, anche se mi rendo conto di non essere propriamente in forma, ma è un piacere aver conosciuto queste persone con le quali ci eravamo finora solo scritti via e-mail, ed aver condiviso con loro dei piacevoli momenti. Strano davvero conoscersi virtualmente grazie ad una passione legata ai viaggi, e poi trovarsi assieme davanti ad una tavola imbandita dall’altra parte del mondo. Tra i vari ricordi di Phuket, porterò per sempre con me anche quelli legati all’espressione compiaciuta e da autentico gourmet di Giorgio, quando illustra con effettiva passione le specialità gastronomiche di alcuni ristoranti dell’isola, l’amore tangibile per l’India che traspare nelle singole parole di Federico e Franca, i disegni su un album di Valentina e Giulia, le chiacchiere a voce bassa tra Patrizia e Moon sulla scuola in Thailandia. 

Il giorno dopo mi sento decisamente meglio e puntiamo di nuovo a nord, direttamente alla volta della Nai Yang Beach, che raggiungiamo dopo un’oretta scarsa. Il posto si dimostra all’altezza delle aspettative. La lunga spiaggia, orlata da casuarine, è bagnata da un mare estremamente calmo, una sorta di grande piscina contraddistinta da fondali che degradano molto lentamente. Esiste un’area attrezzata con lettini ed ombrelloni solo nella parte centrale, davanti al minuscolo agglomerato comprendente un paio di alloggi e diversi essenziali ristorantini, che notiamo essere molto frequentati dai locali, mentre gran parte dell’immensa spiaggia è sostanzialmente deserta. Qui, niente moto d’acqua e parasailing, solo tranquillità assoluta, ma il mare, comunque pulito, non è però estremamente trasparente, tanto da indurci ancora una volta a  passeggiare verso il lato destro, per vedere cosa c’è dietro l’ampia curva delimitata dalla spiaggia, che osserviamo in lontananza. Superiamo dapprima un tratto in cui sono ancorate diverse barche contenenti reti ed altri strumenti utili alla pesca, poi la spiaggia di Nai Yang si fonde più avanti con quella di Mai Khao, e non c’è più nulla e nessuno, salvo una striscia di sabbia che si perde all’orizzonte, ed il mare che cercavamo, quello da cartolina, assolutamente limpido. Restiamo molto a lungo in questo posto fatato, perennemente in completa solitudine, ed a mollo in una caldissima acqua di cristallo, mentre di tanto in tanto, qualche centinaia di metri più lontano, un aereo atterra nel vicino aeroporto nascosto tra la vegetazione. Uno spettacolo! Ci troviamo nel Sirinat National Park, il quale, tra terra e mare, comprende un’area complessiva di novanta chilometri quadrati, ed annovera al suo interno differenti tipi di uccelli ed una flora assai diversificata, che va appunto dalle casuarine alle foreste di mangrovie, oltre ad ospitare un discreto reef corallino, che sorge in acque poco profonde, ad una distanza di circa settecento metri dalla costa. Restiamo a Nai Yang fino all’imbrunire, godendo appieno della bellezza e dell’isolamento del posto. Domani lasceremo Phuket, con la reale constatazione che in fondo sarebbero ancora molte le cose da vedere e visitare, anche negli immediati dintorni. Si parte spesso alla ricerca dell’isola che non c’è, ma Phuket è qui, e malgrado le inevitabili contraddizioni di un luogo da tempo consacrato al turismo di massa, riesce ancora magistralmente ad assorbire gli oltre tre milioni di visitatori l’anno, concedendo ad ognuno il suo spazio, a seconda delle proprie esigenze e dei relativi gusti, riuscendo inoltre ad offrire tutte quelle comodità di cui spesso comunque il turista necessita. L’isola è riuscita a rialzare la testa anche dopo la grande tragedia dello Tsunami, che l’ha colpita poco più di un anno fa, ed pronta ormai da mesi ad offrire nuovamente al visitatore belle spiagge, sole e mare cristallino, oltre alla proverbiale ospitalità dei suoi abitanti. Le ultime immagini di Phuket che porteremo con noi sono dettate rispettivamente dal sole, che sta lentamente tramontando dietro al promontorio sinistro di Nai Yang, dalle immancabili e caratteristiche long tail ancorate, e dai piccoli ristorantini, che iniziano ad esporre il pesce, apparecchiando i tavoli direttamente sulla spiaggia. Tra quelli visitati, questo è il posto che più sentiamo vicino a noi e, come scrivevo all’inizio del racconto, torno sempre volentieri in Thailandia, trovando facilmente ogni volta mille e più motivi per farlo, come in questo caso, dopo aver visitato l’attiguo Nai Yang Beach Resort, ed aver preso qualche depliant di questo piccolo, spartano e grazioso complesso di bungalow. Perché in fondo, chissà, un giorno forse, per la nostra quinta visita in questo meraviglioso paese, potremmo ripartire proprio da qui.